Il necessario superfluo
“E alla fine la crisi economica portò all’inasprimento della tassa più odiosa e alla rivolta popolare che fece cadere il Governo”. Chissà se fra una cinquantina d’anni, più o meno il tempo in cui si aggiornano i libri scolastici nel nostro Paese (ma ci saranno ancora i libri scolastici tra cinquant’anni e, soprattutto, ci sarà ancora la scuola?), verrà descritto così l’aumento dell’IVA dal 10% al 20% sulla pay per view. La Storia ha il brutto vezzo di ripetersi e potremmo davvero trovarci al cospetto della novella “tassa sul macinato” (rinverdite i vostri ricordi scolastici fratelli), quella che, alla fine del 1800, portò alla crisi della Destra storica. Non la destra attuale, quella di Lanza, Sella e Minghetti che non sono un trio d’attacco o una linea difensiva a tre, ma i tre odiati Presidenti del Consiglio dell’epoca. Poco importa che l’aumento, seminascosto nel linguaggio ministeriale di un decreto legge tuttifrutti, non sia altro che il ritorno alla normalità e che, semmai, la riduzione dell’aliquota al 10% fosse un piccolo favorino concesso dai passati governi alle televisioni private. Il popolo insorge: ci stanno toccando la televisione! Potremo fare a meno del pane, della pasta, persino dell’automobile (il che per l’italiano medio vuol dire più o meno tagliarsi un braccio), ma della televisione? come potremmo mai privarcene? Provo a discuterne in giro e registro commenti sgomenti, facce lunghe. I miei conoscenti si sentono traditi, colpiti nei loro affetti più profondi. Provo a consolarli dicendo che in fondo si tratta solo della televisione satellitare e mi guardano inorriditi. Eh già perché evidentemente io sono il solito snob, avendo da poco disdetto l’abbonamento a Sky per passare al digitale con un risparmio che, da solo, ha coperto il prezzo dell’abbonamento allo Stadio. Parlo così perché non ho figli e poi devo essere un ignorante. Vuoi mettere un bel documentario di History Channel? O una partita di campionato inglese, francese o tedesco? Vanamente provo a replicare che di Storia sono un grande appassionato, ma che alla marmellata insapore di un documentario a tema preferisco la lettura di un bel libro del cui autore conosco vita, morte e miracoli e che, soprattutto, scelgo io. Che delle partite guardo solo la Roma e solo le partite fuori casa, perché dallo Stadio non mi schioderanno manco colle cannonate. Mi prendono per pazzo. Forse lo sono per davvero. E poi dopo cena, l’unico momento della giornata in cui mi posso rilassare, ci sono molte cose interessanti da fare: leggere, conversare, ascoltare musica, oppure, semplicemente, pensare, scrivere o andare sul Sacro Muro. Persino fumarsi un bel sigaro. Niente. Nulla li smuove. Stanno attentando alla loro pace familiare e si ribelleranno. Hanno appena acquistato l’abbonamento doppio, anzi, triplo, quello che consente a lei di vedersi i “telescemeggiati” o Pippo Baudo, a lui di farsi dosi massicce di calcio internazionale e ai ragazzi di starsene in camera loro a vedersi quello che gli pare. Praticamente il Nirvana. La lotta sarà dura, ma la spunteranno. Hanno già un leader, ma che dico un leader, una pasionaria. Novella Giovanna d’Arco, Ilaria D’Amico incita alla rivolta e trionferà certamente, perché a differenza della pulzella d’Orléans, notoriamente cozza, è di una bellezza disarmante. Immagino, in attesa dell’immancabile documentario di Sky che narrerà lo storico evento, la sera in cui il Governo annuncerà il ritiro dell’odioso decreto. La festa sarà incontenibile. Milioni e milioni di persone si lasceranno andare a scene indicibili di giubilo. Chiuse in casa, ovviamente, davanti alla televisione, con la bella Ilaria che darà l’annuncio in diretta, con le lacrime (finte) agli occhi.
Io non sarò tra loro. Quella sera la Roma giocherà in casa la semifinale di champions league contro il Manchester United e vincerà 8 a 0.
Al Tempio, abbracciato ai miei fratelli in balconata, riceverò le maglie dei giocatori venuti a salutarci. Verranno proprio da noi. Perché ovviamente saremo i soli allo Stadio.
Noi, l’Ultima Legione.